MI RIESCE DIFFICILE RISPONDERTI

Si muoveva nervosamente, apriva uno sportello poi lo richiudeva sbattendolo, sembrava cercare qualcosa, apriva un cassetto ci frugava dentro estraeva un tovagliolo una forchetta, li ributtava dentro ed intanto parlava:

” E non è la prima volta che te lo dico, anzi te l’avrò detto un milione di volte ma tu no! Non ci arrivi e lo sai che sgobbo come una negra a tenere in ordine sta casa,e tua madre che sbava dappertutto e mi tocca lavarla imboccarla, e cosa pretendi che badi anche a te ? E io corri di qua corri di la, un po di rispetto cazzo, chiedo solo un po di rispetto e torno a casa con le borse e tu, la sul divano, in poltrona con quella canottiera da schifo, cenere di sigaretta dappertutto, neanche ti alzi per aiutarmi neanche un ciao cane! E la sera poi pretenderesti che…..No qua bisogna cambiare e subito o io vado fuori di testa, non ho un minuto per me.”

Continuava a girare per la stanza spolverando un mobile spostando le sedie sempre con gran fracasso. Ma il tono di voce non era isterico anzi pacato come dovesse spiegare ad un bambino come si fanno i compiti. Ad un certo punto prese la bottiglia dell’acqua minerale e bevve a lungo poi si asciugò la bocca col dorso della mano Ma da adesso tutto sarà diverso, sono così stanca! Sembrava stesse per piangere invece si mise a ridere piano piano una specie di singhiozzo e di nuovo prese a spostarsi velocemente per la stanza, sbatté i cuscini del divano ne lisciò la fodera sistemando i cuscini prima in un senso poi in un altro si allontanò un po per guardare l’effetto e li risistemò; adesso andava bene.

L’uomo piegato in due sulla poltrona non l’ ascoltava, il manico di legno che gli spuntava dalla schiena gli rendeva difficile seguire le parole della donna. Un ultima bolla di saliva gli scoppio dalla bocca spruzzando attorno minuscoli spruzzi rosa sul tappeto.

“Allora lo fai apposta io pulisco e tu sporchi! Basta me ne vado!”

Prese le chiavi della macchina, apri la porta e se la chiuse alle spalle sbattendola.

In un angolo della stanza l’anziana signora in sedia a rotelle, aveva gli occhi sbarrati dal terrore

Annunci

Osservazioni 2 IL fiume

Dopo lunga assenza dovuta a motivi tecnici e a vari eventi in cui la corrente della vita mi ha trascinato. ritorno a scrivere su questo blog

Lo so che la moltitudine dei miei ammiratori già si strappava i capelli si lacerava le vesti,inconsolabili si chiedevano : DOVE CAZZO E’  FINITO????

E allora, in attesa dei prossimi capitoli del seguitissimo (SIC ) romanzo a puntate LA GRU, ecco una modesta romantica e come mio stile, sintetica

osservazione sul fiume Piave

Il Piave anzi La Piave non mormora

Impreca. brontola,protesta

Non ne può più è stanco

delle commemorazioni del sangue versato nelle sue acque dei fanti e delle cerimonie

Le fanfare sgraziate e marziali lo irritano, lo deprimono

Odia quell’orribile canzone di fanti muti sangue e morte

Quell’acqua è passata tanto tempo fa; non ne serba ricordo.

Il anzi La Piave mormora chiacchiera con gli alberi con i sassi, che da sempre gli fanno da letto

Suggerisce parole d’amore agli amanti che nel bosco mischiano sospiri e baci al canto del cardellino

La Piave parla ai vortici curiosi che si gettano in avanti, poi si fermano, piroettano e tempestano di domande la corrente

“Quanto grande è il mare, è vero che non si vedono le rive che ci sono pesci così grandi che ci possono bere d’un fiato?”

I più piccoli tremano, hanno paura di essere inghiottiti da quell’acqua salata, vorrebbero tornare a monte nella spuma della sorgente.

Ma non si può, non si può

E il vecchio fiume li rassicura

“Non temete, il mare ci accoglierà vedrete le meraviglie del mondo sommerso: antichi galeoni sirene pesci di ogni colore e forma ….

E i piccoli si lanciano in avanti e saltano le rocce e lambiscono le rive, l’erba gli fa il solletico e ridono ridono

e il loro ridere la voce della Piave.

Altro che mormorii di morte e guerra

OSSERVAZIONI ET IPOTESI

E’ da qualche giorno che lo vedo passare Quando vado al lavoro, quando ritorno.

Un uomo anziano con un cappello nero floscio, come il completo con tanto di gilet.

La giacca è appoggiata sulle spalle poichè ha una grossa fasciatura ad un braccio; cammina sul marciapiede.

Non è una bella strada molto traffico, auto, camion non è certo un bel posto per passeggiare.

Quello che mi colpisce è lo sguardo, sembra sperduto catapultato in un posto che non conosce, si guarda attorno smarrito.

Non so perchè ma immagino sia un vecchio agricoltore che si è ferito con uno di quei macchinari che usano loro, pieni di lame un mietitritainsacca, qualcosa del genere ed ora, privato delle sue occupazioni, non sa come impegnare la sua vita.

Lo immagino alacre a dissodare, mungere, seminare vigoroso, sempre con mille mestieri da fare.

Magari la moglie stanca di averlo tra i piedi che ciondola brontolando, l’ha mandato fuori :” Dai esci vai a fare una passeggiata!

Ora chissà che pensa quel signore, al tempo che sta perdendo, magari comincia a ricordare a vedere con occhi nuovi la vita, le occasioni perdute, le gioie.

Tolte le consuetudini le azioni a cui siamo abituati, se il castello che abbiamo costruito a difesa della nostra fragilità si sgretola in pezzi disordinati, il caos ci assale, siamo costretti a guardare l’ignoto in noi; a rinumerare le sensazioni.

Chi come molti percorre un binario senza scambi con solo un ultima stazione, la morte, ha una sola possibilità: il risveglio o verrà travolto da quel che prima era la vita sicura, immutabile; al di la del ponte levatoio, fuori delle spesse mura mostri ancestrali, l’idra del dubbio il drago dell’ego.

E quando sarà guarito quest’uomo sarà come prima? O questo forzato tempo di riflessione lo porterà a dare un significato diverso agli anni che restano?

IPOTESI

Magari si è ferito scivolando sulla Jacuzzi mentre gozzovigliava strafatto di coca con due prostitute thailandesi

E’ stato azzannato da un pitbull durante un incontro clandestino

Caduto dalle scale ubriaco fradicio

Si è ferito mentre sventrava un cervo cacciato di frodo

Magari la moglie l’ha mandato su quella strada pericolosa, sperando che si smarrisca o che un camion lo travolga; è d’accordo con i figli di vendere tutto e darsi alla bella vita……..

altre ipotesi sono ben accette

 

MAL DI DENTI

Svegliarsi la mattina del sabato con il mal di denti, fa parte delle punizioni divine?

Il Vecchio lassù non sapeva come passare il tempo e si diverte con uno dei suoi pupazzi?

Forse il mio Karma prevede l’espiazione di due o tre vite mediante la sofferenza.

Questi confusi pensieri emergevano dalla spuma rossastra del mio personale mare di dolore. Un orrida sinfonia di violini scordati, corde troppo tese di chitarra mi saltavano in bocca. Il dolore è paragonabile alla musica? Eppure ha i suoi crescendo, il suo tempo; le pulsazioni che dal molare destro filavano dritte ai centri nervosi, si manifestarono dapprima con un ritmico quattro quarti sincopato poi esplosero in un crescendo sveltissimo di fitte intollerabili.

Mi ritrovai di fronte all’ armadietto del bagno frugando e pregando il Giocattolaio, di trovare un antidolorifico e nella disperazione ecco non una, ma ben due bustine di OKI !

Me le svuoto in bocca (fa effetto prima) succhio il disgustoso sapore all anice e aspetto. Tocco con le dita il dente: si muove.

Pian piano il dolore si attenua perde di forza sbiadisce da rosso porpora al rosa slavato; un immagine di bende intrise di sangue, lavate dalla pioggia.

Ma attenzione, sbiadisce non scompare! Si rintana in un angolo ed aspetta e io lo so tutti lo sappiamo. Da venerdì ho cominciato a sentire un fastidioso senso di irritazione, un lieve gonfiore alla gengiva.

Ho cercato di far finta di niente, ma lui era li, si stava preparando, affilava i coltelli attizzava i ferri nelle braci.

Ho provato ad annegarlo con abbondanti gotti di vino

ho provato a bruciarlo, corroderlo sul nascere con svariate quantità di distillati

E lui ha approfittato del mio intorpidimento del mio sonno alcoolico

per la sua trionfale entrata in scena

Ho aperto gli occhi ed eccolo ad augurarmi il buongiorno!

Già…e naturalmente è sabato

mai di lunedì od un giorno infrasettimanale qualsiasi

Il mal di denti ama le festività

Ferragosto, Natale, Pasqua

e anche i ponti lunghi

Quando il cavadenti si gode la baita in montagna, l’appartamento al mare, sconfinati campi da golf…….

E adesso aspetto che si rifaccia vivo, il dolore, non il dentista

Ho comprato una scatola di bustine…..e una tenaglia

stavolta non mi frega

LA GRU

Dopo mille titubanze, meditazioni e rovelli mentali, ho deciso di dare luce in questo mio spazio, al mio primo e ultimo romanzo

Non sospettavo che scrivere un romanzo fosse una fatica improba! I personaggi pretendono tutti attenzioni e vogliono essere coccolati, tenuti in considerazione anche quando se ne dovrebbero star zitti e buoni in attesa di essere …usati!

Pubblicherò due capitoli alla settimana per vostra gioia uso e consumo

Si va ad incominciare!

                                                          LA GRU

PROLOGO

Il vento soffia forte facendo oscillare il braccio della gru, proteso nell’oscuro vuoto sopra la città.
Aggrappato con tutte e due le mani ai gelidi cavi d’acciaio, guarda giù e con un raschio di gola, sputa; gli è sempre piaciuto sputare dall’alto, sin da piccolo.

Quando abitava nella casa che s’affacciava sulla riviera del Sile, dalla finestra del soggiorno sputava in strada, qualche volta malignamente sulla testa degli ignari passanti. Lasciava andare il filo di saliva che s’allungava e al colmo della tensione, si spiaccicava a terra o appunto sulla nuca di chi transitava sotto le finestre; lesto ritraeva la testa e poi sbirciava l’effetto. Solitamente il malcapitato guardava insù, passandosi la mano trai capelli, lanciando maledizioni ai piccioni ed ai gabbiani che vicino al fiume volavano a frotte. “Che schifo!”, pensava Aldo al colmo della soddisfazione. Ora, dai trentacinque metri della gru, immagina l’effetto del suo sputo; preso da improvvisa ispirazione e sfidando il gelo, tira fuori l’uccello e piscia, osservando assorto la parabola fumante che il vento devia, illuminata dalle luci mentre crea bagliori d’arcobaleno.
Nonostante lo strato di maglioni e la giacca a vento è scosso dai brividi. Non ne può più di stare là in alto; è come stare nello spazio, lontano da tutto eppure parte di tutto. Sospirando rimette al caldo l’arnese; mai avrebbe pensato che la bizzarra escursione della sua vita lo mettesse in quella situazione, lui che aveva sempre aborrito il lavoro, che scherniva gli amici preoccupati per il posto fisso: “Io non passerò mai i cancelli di quegli squallidi capannoni!” professava convinto.
Aveva fatto di tutto: gelataio in Germania, barista a Jesolo, cameriere sulla Montello, artiere ippico, distributore di volantini e un’altra miriade di lavori del cazzo, persino uomo sandwich. Gli sembrava di potercela fare a scansare la squallida routine dell’impiego a tempo indeterminato; la sola parola gli dava un senso di soffocante angoscia. Sogghignava seduto sugli scalini della piazza, quando guardava passare i suoi coetanei vestiti di tutto punto, frettolosi, diretti al loro futuro ridicolo, già vecchi; o quando qualcuno rifiutava l’invito ad una sera di bagordi: “Non posso, domani ho il turno dalle sei alle due!”
Poi i vent’anni erano passati, schizzati via, i suoi amici s’erano sistemati ed erano più le volte che si trovava solo, su quegli scalini, con il sospetto atroce che fossero gli altri a ridere di lui. Divorato, stritolato dall’ingranaggio, senza niente in mano perchè di studiare non ne aveva voluto sapere, aveva sposato Clara, rimasta incinta alla prima botta; antiabortista e cattolica, aveva voluto tenere il figlio, Laura, un meraviglioso esempio di razza umana. Avevano riempito la sua vita di un significato nuovo, un miscuglio di amore ed orgoglio, l’atavico istinto di costruire un nucleo, di dare protezione e sicurezza a quella minuscola tribù; quando pensa a loro, un peso enorme gli toglie il fiato, una commozione che lo ricopre di brividi, paura di non essere all’altezza.

Trae un sospiro profondo e sputa giù un’altra volta, sperando di beccare uno dei poliziotti che stanno di sotto a sorvegliarli, poi torna, muovendosi con cautela, dai suoi compagni; le braci delle sigarette illuminano i volti.

       I ) Aldo

Aveva cominciato a lavorare quattro anni prima nella fabbrica di mobili, quattro anni bruciati in un lampo, quattro anni in cui ogni mattina, aprendo gli occhi, pensava ad un sistema per cambiare quella situazione. Certe volte in risvegli più cupi sarebbe voluto morire all’istante o nel sonno per non pensare più e smettere di lottare, finalmente in pace, con vestiti da comprare, bollette, discussioni, delusioni e tutto il sacco stracolmo della sua esistenza di cui ormai era esausto.
Ascoltando il lieve russare della moglie lo soffocava il dubbio di non aver saputo darle la sicurezza che lei gli chiedeva, e non a parole, magari! Con quello sguardo mesto, le piccole trasandatezze nell’aspetto… Percepiva, o forse era frutto di una sua paranoia, un muto rimprovero. L’amava, l’odiava, non ne poteva più! Reprimendo un singhiozzo, si alzava e si immergeva in quella bolla di apatica indifferenza che gli permetteva di passare la giornata.
Solo Laura, con la freschezza dei suoi quattordici anni, i sogni più o meno intatti, lo rianimava; ascoltare la sua voce limpida e allegra era una sferzata di energia: per lei poteva sopportare tutto… e di nuovo si sentiva in colpa. E Clara? Basta! Era meglio lavorare, stancarsi e non pensare… fino a sera; in trappola, era in trappola in un labirinto che lo stava uccidendo. E quanti come lui erano in quella condizione! Lavora, lavora, ti tengono per i coglioni e tu tenti di stare a galla in attesa dell’onda che ti sommergerà…

      II) Emilio

“Allora se sei stufa, vai, vai!”. Gesticolava, indicando la porta.
“Stufa? Sono più che stufa! Stufa di sentire le tue lagne sulla classe operaia, la perdita d’identità, stufa dei tuoi ricordi!”. Emilio ciondolava la testa con un sorriso amaro sulla bocca. “L’autunno caldo… studenti e operai uniti nella lotta!”. E scoppiò in una risata stridente di derisione. “Non ti vuoi arrendere, quei tempi sono finiti… finiti! Adesso gli operai vogliono il Suv, la piscina e le vacanze all’estero! Vogliono essere come il padrone: è sbagliato? A me non sembra, e devo vedere la tua faccia sempre scontenta, far finta che mi piaccia questa casa di merda, i mobili dell’IKEA, le vacanze intelligenti… l’auto a gas! E i tuoi amici?”. Piegò la bocca in una smorfia di disgusto. “Si scolano bottiglioni di vino, riempiono la casa di fumo puzzolente e giù a cantare Contessa Bandiera rossa! Siete ridicoli, mummie attaccate al passato e io voglio di più, e Augusto me lo dà… in tutti i sensi!”.
Quest’ ultima allusione lo fece imbestialire, il volto paonazzo: ”Ma vai a cagare, borghese di merda! Tanto resterai sempre una commessa di Coin. Vai! Maledetta la volta che ti ho trovata. Vai!”.
Quest’ultimo vai fu coperto dal rumore della porta che sbatteva. Fermo in mezzo al salotto, le mani lungo i fianchi, Emilio ansimava travolto dalla rabbia; avrebbe voluto rincorrerla, scaraventarla giù dalle scale o trattenerla, invece restò lì sentendo le forze scomparire, la rabbia scendere dalla testa infuocata al pavimento, come rivoli d’acqua assorbiti dalla sabbia.
Si sedette sul divano strofinandosi le mani; non aveva un pensiero coerente, non voleva averlo.
Dal tavolino di vetro la bottiglia di Vecchia Romagna strizzò l’occhio invitante; si attaccò alla sua bocca, avido, ingoiando a grandi sorsate il liquore che si salò delle sue lacrime. Mentre tracannava pensava: ”E domani ho anche l’assemblea!”.

III ) La fabbrica

Il capo si presentò al reparto e con un fischio richiamò l’attenzione. Aldo si tolse la maschera e spense l’aspiratore; gli altri due operai che lavoravano con lui lo imitarono.

Masticando l’immancabile stuzzicadenti, il capo disse: ”Domani c’è l’assemblea sindacale (pronunciò la frase come stesse dicendo: C’è un topo morto sopra il tavolo in cucina!), due ore, chi vuole può partecipare.” Poi fece per andarsene, sicuro che nessuno si sarebbe fatto avanti.
Aldo strinse i pugni.
Anni prima gli era toccato lavorare in una fabbrica metalmeccanica; il suocero del titolare, un vecchio dalla bocca storta e guercio di un occhio, arrivava in giacca e cravatta, infilava un grembiule nero e girava per i reparti. Scelta la vittima, gli si piazzava davanti e lo guardava lavorare; non sperava altro che di cogliere in fallo il tapino.

Tutti lo odiavano e lui ci godeva, era il suo potere. Poi si metteva a raccontare prodezze inverosimili, avventure sessuali, di come non fosse mai stato a casa un giorno dal lavoro; e dovevi star lì ad ascoltarlo fingendo interesse, quell’occhio morto, la bocca sghemba, reprimendo la voglia di spaccargli la testa con la chiave inglese, pensando alla vita merdosa che ti obbligava ad ascoltare quell’uomo.

Il capo per Aldo apparteneva alla stessa categoria; quasi gridando disse: “Io ci vado!”.
L’altro, che se ne stava andando, si bloccò guardandolo perplesso. Aldo cercò con gli occhi i due colleghi, gli unici con cui aveva stretto una specie di amicizia; gli sguardi s’incrociarono, un guizzo di luce… ”Anch’io!”, disse Giuseppe. “Io pure!” confermò Rosario.
Il capo sputò lo stuzzicadenti e se ne andò scuotendo la testa.

IV ) L’assemblea

Erano in sei su venti dipendenti nella sala che serviva da mensa: due cinesi che parlavano al telefono, Aldo, Rosario, Giuseppe e il sindacalista.
Questi aveva dietro le lenti spesse, incastonate in una montatura nera di altri tempi, gli occhi di chi ha passato la notte fissando il vuoto, assillato da dubbi spaventosi o da una cena troppo pesante. Le mani avevano dita gialle di nicotina, e le unghie rosicchiate a sangue, con rabbia, denotavano un tormento interiore che d’altronde traspariva da tutta la sua figura.
Guardò in faccia i partecipanti ed estrasse un fascio di carte dalla cartella appoggiata sul tavolo. Era una vecchia borsa di pelle nera screpolata e consunta, le fibbie d’ottone dovevano un tempo essere state lucide, il manico era avvolto in giri e giri di nastro isolante, qualche filo delle cuciture era sfilato come capelli biondo pallido. Aldo chissà per quale motivo si mise a fissarla, i cinesi ridacchiavano confabulando tra loro, Giuseppe e Rosario stavano con la testa china e le mani intrecciate quasi stessero pregando.
Con un colpo di tosse catarrosa Emilio attirò l’attenzione: “ La situazione è questa: il titolare, mediante maneggi che non sto qui a spiegarvi, è riuscito a de-localizzare una parte della produzione in Kirghizistan, non chiedetemi dov’è che non lo so. Cosa significa? Riduzione del personale!”.

Qui si fermò, guardando sconsolato i due cinesi che con un gran sorriso stavano attentissimi. ”Quindi, cinque di voi lo prenderanno in quel posto!”. I tre si guardarono, erano gli ultimi assunti e le probabilità che la sodomia li riguardasse erano alte.
“Si potrebbe fare una vertenza, delle verifiche, ci sono diverse soluzioni… voi non siete iscritti al sindacato?”. Emilio sospirò: “Vi dovete tesserare, se no io non posso aiutarvi, chi lo spiega a loro?”. Un indice dall’unghia smozzicata indicò gli asiatici.
“Questi non capisse un’ostia!” intervenne Giuseppe. “E po i lavora come mussi, non li licenzia de sicuro, madonna naufraga! No come questo!” e indicò Rosario.
Giuseppe faceva parte di quella categoria di veneti il cui dogma è “ mi no vado a combatar!” cioè “io non mi preoccupo, non mi interessa”, a patto che non gli si rompessero i coglioni, non lo si privasse del vino e non gli si offendesse la moglie; in questi casi scatenava la sua forza taurina sul malcapitato. Era di cuore generoso e a modo suo aveva un senso della giustizia molto sviluppato, per cui il fatto di essere licenziato quando svolgeva il suo lavoro rientrava nelle opzioni di cui sopra.
La sua faccia rubizza era sempre rasata e profumava di Ice Blue Williams: un dopobarba fuori produzione da trent’anni di cui evidentemente aveva fatto una cospicua scorta e sicuramente lo usava anche come disinfettante, collutorio e frizione per i reumatismi che lo assillavano; spandeva nel raggio di tre metri quell’effluvio vintage.
Con Rosario aveva un rapporto di bonaria sufficienza, come lo si può avere con un cane stupido o un bambino. Avevano un punto fondamentale che li univa: ambedue odiavano il prosecco, che definivano un bianco mediocre che forse si sarebbe potuto bere “se no ghe fosse tutte quee bromboe”. Approfittava della stima da sindrome del carnefice di Rosario, che chissà per quale oscura ragione lo teneva in gran considerazione e faceva di tutto per entrare nelle sue grazie.
Il primo bicchiere di Corvo di Salaparuta fece fare passi da gigante al siciliano nel cuore del diffidente Giuseppe, che prima di berlo disse: “No te vorà mia inveenarme?”. E all’ultimo: “Ostia… però… dio stradin!”. I due strinsero un patto di non belligeranza e reciproco scambio di prodotti enogastronomici: uno scambio di culture. Rosario, che come eccellenza di valori aveva onore, mamma, caponata di melanzane, impepata di cozze e religione, proruppe in una serie di “minchia” alla prima forchettata di sarde in saor, per poi finire a cantare con Giuseppe tra bottiglie vuote e terrine lustrate col pane.
Sembrava incredibile che l’esile figura del siculo potesse contenere tanto cibo, eppure non era mai sazio: la fame ancestrale da emigrato lo spingeva all’accumulo: “Oggi si mangia , domani… o sape ddio!”.

Sarà stato per quell’ingestione continua di proteine che doveva muoversi sempre. Non stava mai fermo, le gambe magre e muscolose incessantemente macinavano strada. Si faceva i quindici chilometri da casa al lavoro in bicicletta con qualsiasi tempo e mai era mancato, mai un’influenza. Soprattutto mai un capello nero come la pece fuori posto. Si ungeva o meglio plastificava la chioma con la brillantina “Fissaben”, un miscuglio di mastice, sugna e acqua di colonia che rendeva la capigliatura inattaccabile agli agenti atmosferici. Era stata ritirata dal commercio dopo l’incidente occorso ad un consumatore che, avendola erroneamente applicata anche sui baffi, inalatone i vapori fu ritrovato in aperta campagna in pigiama mentre predicava l’amore universale ad un boschetto di faggi. Si racconta che una volta Rosario, in gita a Trieste, con cento e dieci km di bora sfoggiasse – mentre tutto, attorno, era squassato dal vento – un impeccabile taglio alla Mascagni, lucidissimo e immobile.
Emilio si tolse gli occhiali mettendo in evidenza due borse violacee sinora nascoste dalla montatura, si strinse tra il pollice e l’indice la radice del naso e, dopo essersi scompigliato con entrambe le mani i radi capelli, disse: “ Certo che se si mobilitasse più gente, se si riuscisse coinvolgere… ma ormai è così! Tutti muti, non c’è più solidarietà! Mi ricordo assemblee con più di cinquecento partecipanti!”. Volse lo sguardo fiero, come se i pochi partecipanti si fossero centuplicati, e partì con un pistolotto che lasciò basiti perfino i cinesi, che pur non capendo niente intuivano dalla foga e dal luccicare degli occhi che si trattava di qualcosa di epico.
“Capo, invesse che impenirme a testa co ste stronsae, tira fuori le tessere che io mi iscrivo, dio dentista!”.
Il corteo di centomila operai, gli striscioni che garrivano al vento, la roboante voce della folla si dissolsero. Sbattendo gli occhi come se tornasse da un luogo lontano, sospirando prese i nominativi dei nuovi adepti; nelle pupille sventolavano due minuscole bandiere rosse.
Più tardi in autostrada pensò: “ Poteva andare anche peggio! Tre tessere, tre persone da rendere uomini!”. Ma ecco che a guastargli quel briciolo di gioia, il pensiero andò alla casa vuota, alla moglie tra le braccia del laido capitalista. Si impantanò in una palude di sentimenti contrastanti, avrebbe voluto piangere o uccidere; lo sguardo si indurì, le mani strinsero con forza il volante. “Devo trovare il modo per farle vedere a cosa ha rinuncia

    V ) Licenziati!

Puntuale come la morte, la previsione di Emilio si avverò. Un mercoledì – se deve succedere qualcosa di spiacevole, sarà sicuramente di mercoledì – Aldo, Giuseppe, Rosario e due magrebini vennero convocati in direzione. La segretaria, una ragazza le cui tette erano fonte di ispirazione erotico-ingegneristica per gran parte del personale, li accolse con un sorriso compassionevole. Si alzò facendo dondolare pericolosamente i meloni, e socchiusa la porta, introdusse la testa nel sancta sanctorum direzionale; cinque paia di occhi puntarono la minigonna. Strano non si sentisse pungere le chiappe con quelle frecce!

Vennero introdotti nell’ufficio ingombro di campioni di legno, scatole di viti, cerniere e altre ferramenta, che lasciavano a malapena spazio ad una scrivania di ferro con il ripiano in plastica su cui erano sparpagliate riviste di caccia, bossoli di doppietta, foto di famiglia e cenere di sigaretta. L’aria era spessa, intorpidita dal fumo. Il direttore, nonché titolare dell’azienda, memore dei suoi tempi da operaio, non aveva mai smesso di fumare le Alfa, sigarette di un miscuglio di tabacco e qualche erba meno nobile, tra cui sicuramente figurava la cicuta, la cui concentrazione di catrame e nicotina avrebbe ucciso un canarino, come nelle miniere.
Da sotto le sopracciglia cespugliose, l’uomo li guardò e spense il mozzicone nel posacenere già stracolmo, schiacciò proprio la brace con il dito grosso come il cazzo di un toro. Gli astanti rabbrividirono guardando la manovra.
“Bene, anzi, male!”. Fece scricchiolare la sedia appoggiandosi allo schienale.
“Come vi avrà sicuramente informato quello là – si riferiva al sindacalista – la mia ditta trasferisce all’estero un pezzo di produzione. Qui, cari miei, troppe tasse, troppa burocrassia… E voialtri volete sempre più schei!”. Man mano che si inoltrava nel discorso, infervorandosi, lasciava il faticoso italiano per il più consueto dialetto. “E il materiale? Credé forse che i me lo regala? Con tutti i sbagli che fé?”.
I cinque si guardarono. Erano convinti di ricevere la lettera di licenziamento, e magari anche la liquidazione, senza tanti discorsi, che oltretutto non c’entravano un cazzo. I due magrebini, sentendo il tono minaccioso, assunsero un’aria bellicosa. Gli altri tre si chiedevano dove volesse arrivare; le guance di Giuseppe cominciarono a virare al rosa acceso.
“Invece là, in Ghirbiri… Ghirzisist… beh, insomma, là via, i lavora a testa bassa, senza proteste, fin che no te ghe disi: “ Và casa!”, e i pago un quarto de queo che ve do!”. Accese un’altra Alfa. “Perciò, mi me dispiase, ma siete licenziati.”.
Uno dei due seguaci di Allah si mise la mano in tasca, l’altro gli strinse il braccio, e dopo aver sputato per terra, se ne andarono sbattendo la porta con tanta violenza che alla segretaria scappò un urlo di spavento.

I tre neo licenziati non sapevano cosa fare. L’espressione di Giuseppe faceva trasparire all’esterno le sue intenzioni, e cioè: rovesciare la scrivania, scaraventare le varie suppellettili ovunque, e, tempo restando, versare in bocca al titolare il posacenere. Rosario, sentendo la temperatura del suo compagno aumentare, pensò bene di stemperare l’atmosfera: “Che minchia stesse dicendo? Che ce ne fotte a noi del suo materiale e del Kirghizistan?”. Pronunciò l’ostico nome perfettamente, senza indugi, suscitando l’ammirazione degli altri due. “Ci facesse il piacere di favorirci la liquidazione, che ce ne andassimo.”. Quest’ultima storpiatura fece storcere il naso ad Aldo, l’intellettuale del gruppo.
“In effetti, non vedo che diritto abbia di parlare in questa maniera, primo perché nel lavoro ci siamo sempre impegnati, e poi se lei vuole andare a sfruttare la manodopera e frodare il fisco, sono problemi suoi e della sua coscienza!”. Giuseppe, molto più pratico, pronunciò un esiguo numero di parole, ma di sicuro effetto: “Andemo via, altrimenti a ‘sto qua ghe staco a testa e ghe cago xò par el coeo!”.
Sull’orlo del colpo apoplettico, il padrone boccheggiò, cercando di respirare; paonazzo, cercava con le mani, incapace di staccare gli occhi dai tre, le sigarette. Con dita tremanti estrasse un’Alfa, l’avvicinò alla bocca, e stramazzò riverso sulla scrivania.
Aldo fu il primo ad uscire, seguito a ruota dagli altri due. Passando davanti alla segretaria, sempre con il sorriso di prima, Aldo la informò che il suo capo aveva avuto un piccolo malessere. La ragazza balzò subito in piedi, levando alte grida che fecero accorrere aiuti; ma niente di grave: dopo un breve svenimento, l’uomo stava già meglio, e aspirava grandi boccate, che soffiava fuori in forma di graziosi anelli.

    VI ) L’ adunata dei rivoltosi

“E adesso, chi lo dice a Carmela? Quella si piglia un colpo!”. Rosario camminava nervosamente su e giù nel piazzale della fabbrica. Il suo stato d’animo si manifestava in un ciuffo di capelli sfuggito all’azione congelante della brillantina. Gli altri due tiravano boccate profonde dalle sigarette, illuminando la sera di novembre di minuscoli fari rossi

“Chiamiamo il sindacalista!”. Aldo, avvezzo ai cambiamenti, manteneva una calma fittizia, ma dentro di lui già cominciava a palpitare l’ansia. Cosa avrebbe detto a Clara, a cui aveva tenuta nascosta la situazione? La vedeva portarsi le mani al petto piegando gli angoli della bocca all’ingiù, in quell’espressione che ormai le era usuale, gli occhi che chiedevano rassicurazione, lucidi, sul punto di piangere. Qualsiasi problema o inconveniente per lei diventava tragedia, e s’accasciava sulla sedia portandosi la mano alla fronte. “Che faremo adesso?”. Oppure, a letto lui la sentiva singhiozzare e se si avvicinava, lei scrollava le spalle: “Tu non puoi capire, per te è tutto facile…”. E basta. Con questa frase riassumeva il suo malessere, e Aldo pregava l’angelo della morte che lo venisse a prendere.
“Giusto, siamo o non siamo membri della grande confraternita dei lavoratori, Maria Tabacchina?”.
La stravagante particolarità di Giuseppe di bestemmiare accompagnando al nome sacro una professione o una condizione, derivava dall’aver frequentato le scuole dai preti. Nato in una famiglia poverissima, dove si faticava come si suol dire “ad unire il pranzo con la cena”, le parole più in uso, quelle pronunciate con più forza e convinzione erano spaventose eresie che accomunavano la Trinità ad ogni sorta di bestia, sia a due che a quattro zampe; anzi, anche a più zampe, visto che non venivano risparmiate insetti, celenterati e finanche organismi monocellulari. La mente spugnosa e ricettiva del pargolo aveva assimilato questi concetti ritenendo nella sua innocenza che quello che dicevano e asserivano i suoi genitori, doveva per forza essere veritiero. Il primo giorno di scuola, ad una domanda del prete-maestro, che chiedeva da dove si ricavassero i latticini, Giuseppe, forte della sua esperienza (quante volte era uscito all’alba dal caldo letto per mungere le vacche!), era balzato in piedi e con voce garrula aveva detto: “Dal latte delle mucche!”. Fin qui, tutto bene. Quello che pietrificò il sacerdote fu la frase usata come rafforzativo della risposta: un’orrenda bestemmia che identificava il Padreterno con quell’animale da cui si ricavano salami, salsicce e altre leccornie. Dopo aver passato tre ore in ginocchio sul ghiaino, con le mani doloranti per le bacchettate e l’animo umiliato dalla derisione dei compagni, Giuseppe era tornato a casa. Il padre, un omone dal naso rubizzo e dalle braccia grosse come gomene da ormeggio, per prima cosa aveva rifilato un ceffone al figlio. Poi aveva reiterato la sua convinzione che “chi stava lassù non differiva da quegli animali che stanno quaggiù, d’altronde creati dal medesimo. Frequentando il catechismo e col tempo facendosi più furbo, Giuseppe aveva imparato a trattenere il turpiloquio, inventando altre associazioni del divino col terreno, che giudicava meno offensive, sviluppando negli anni una notevole varietà.
“Sì, chiamiamolo!”, disse Rosario, sistemandosi il ciuffo ribelle. Aldo compose il numero.
Perso nei suoi foschi pensieri, Emilio imboccò il vialetto di casa. L’immagine delle stanze vuote, della serata solitaria che l’attendeva oltre la porta l’opprimeva. Il ricordo della Vecchia Romagna contribuiva ad aumentare il malessere. Quand’ebbe parcheggiata la macchina, restò lì seduto con le mani sulle cosce. Non si decideva a scendere. Guardava il piccolo giardino con i fiori piantati dalla moglie, le sedie a sdraio e il tavolino di ferro. Non erano stati felici lì, nelle domeniche d’estate? Si rideva, e il tè freddo era il migliore del mondo. Gli occhi gli si riempirono di lacrime, il labbro tremava, quando squillò il telefono. Che scherzi gioca la mente! Si convinse che fosse lei, che pentita gli chiedeva perdono. Voleva ritornare, aveva fatto gli stessi suoi pensieri.
“Pronto! Pronto!!”. La voce maschile sgretolò le speranze di Emilio. “Pronto!”. Tirò su con il naso e si asciugò con il dorso della mano le guance bagnate.
“Sì, pronto. Chi parla?”.
“Sono Aldo, quello della Mobilegno. Ci siamo conosciuti all’assemblea, ricordi?”.
“Vi hanno licenziato?”
“Sì, propri oggi, ‘sto merdone!”.
Emilio, sempre seduto in macchina, guardava fuori nel buio freddo.
“Bene, cioè, voglio dire, venite in sede domani mattina che discutiamo.”.
“Alle nove e mezza va bene?”.
“Sì, certo…”.
“Ma… si può far qualcosa?”.
“Domani ne parliamo. Troveremo una soluzione. E…”.
“Va bene, a domani allora. Salve.”.
“Cos’ha detto il sindacato?”. Rosario era già salito in sella alla bicicletta. Doveva andare da Carmela.
“Domani alle nove e mezza in sede.”.
“Benon! Mi vado a casa e me imbriago, Cristo fiorista!”.
I tre di dispersero; nell’aria, le nuvolette del fiato di Rosario, che spingeva sui pedali. Giuseppe era già sparito, si vedevano le luci posteriori della Punto allontanarsi. Aldo le seguì finché svanirono, consumate dal buio. Si tirò su il bavero del cappotto, e salì in macchina. I suoi pensieri non erano molto diversi da quelli di Emilio: cupi, malinconici, però provava uno strano senso di libertà. Era di nuovo in gioco, doveva trovare una soluzione; e domani intanto s’alzava più tardi del solito. Mise in moto e partì.
L’autostrada era un nastro nero e lucido, camion e macchine, piccoli mondi in movimento. Cosa pensavano i solitari abitanti di quei pianeti? Al tempo? Ad altri piccoli mondi che li aspettavano? Felici, scontenti, rabbiosi, indifferenti, ognuno diverso, lanciato sullo stesso percorso. E guai a sbagliare! Un attimo di distrazione e… e tutto finiva, in un frastuono di lamiere e sangue.
Aldo si toccò prudentemente le palle. La sua attenzione fu attirata da una torre di luce in lontananza. Sembrava una decorazione natalizia: luci rosse, gialle. Man mano che si avvicinava diventava sempre più alta. Ora riusciva a riconoscerne la forma: era una gru. Improvvisamente una visione folgorante rischiò di fargli perdere il controllo dell’auto. Un clacson suonò, e lui raddrizzò la traiettoria. Le luci blu, gialle e rosse illuminarono il suo sorriso: la gru, cazzo, la gru!

VII ) AL SINDACATO

Alle nove e trenta Aldo e Rosario stazionavano davanti alla porta della confederazione sindacale. Giuseppe ancora non si vedeva.
“Quel minchione si è ubriacato! E adesso ronfa come un babirussa!”.
Aldo rimaneva stupito ogniqualvolta il siculo se ne usciva con queste inaspettate conoscenze. Dove mai avrà sentito parlare del babirussa? Neanche lui sapeva con certezza che cos’era. Non poteva sapere che Rosario era un accanito lettore di romani d’avventura, che conosceva a memoria tutti i libri di Salgari.
Le nove e quaranta, e l’altro non si vedeva.
“Entriamo – disse Aldo – se si sveglia, arriverà, sennò, cazzi suoi.”. Non vedeva l’ora di comunicare agli altri amici e al sindacalista, l’idea che gli era venuta. Tutta la notte l’aveva rimuginata, girandola da ogni parte, cercandone i difetti, soprattutto cercando di convincersi che non era una cazzata. Alla fine, verso le cinque, la vista della moglie della moglie che dormiva con le mani incrociate sul petto, pallida, con la bocca leggermente aperta e con l’espressione corrucciata che nemmeno il sonno riusciva a mitigare – sembrava già pronta per essere tumulata – lo convinse. Dormì un paio d’ore d’un sonno agitato, da cui si svegliò sicuro di aver trovato la soluzione.

Uscendo di casa diede alla moglie un lungo bacio. Lei lo guardò. “Hai un’altra? Sei strano…”, e piegò la bocca. Aldo avviò il motore bestemmiando.
Era un ufficietto di quelli con le pareti di cartongesso, le porte di plastica, ricavato spezzettando in tante parti una grande stanza. Difatti, altre quattro o cinque porte si contendevano lo spazio dell’angusto corridoio creato da quei loculi. Sulla porta, una targhetta indicava: EMILIO RENOSTO, RESP. LAV. SETT. LEGNO.
Bussarono alla porta socchiusa senza ottenere risposta. Quindi, Rosario la spinse ed entrò, seguito a ruota da Aldo.
Emilio Renosto, Resp. Lav. Sett. Legno, stava con la testa appoggiata al piano della scrivania, anch’essa in materiale plastico. Un sibilo gli usciva dal naso.
“Bene cominciamo…”, sussurrò Rosario. “E’ permesso?”, disse a voce alta subito dopo.

L’effetto fu istantaneo. Con un salto all’indietro, il responsabile cadde dalla sedia, e nel tentativo di aggrapparsi si tirò dietro anche la scrivania, disperdendo ovunque carte, cartellette, ciclostilati, puntine, ed altro materiale di cancelleria. Il telefono si schiantò al suolo con un trillo di agonia. Dalla parete dietro il sindacalista sommerso, si staccò il poster incorniciato del Quinto Stato, che aggiunse al cumulo un’abbondante quantità di schegge di vetro. Basiti, ad osservare il disastro, i convocati non sapevano che fare. Da sotto la scrivania provenivano flebili lamenti, sonore imprecazioni.

“Che cazzo…. Tiratemi fuori, mi sono fatto male!”. I due si riscossero, e calpestando cocci e materiale cartaceo, si adoperarono ad estrarlo. Nel corridoio si era radunata gente.

Un uomo barbuto, dagli occhi spiritati, urlava a gran voce: “Un attentato! Una bomba!”, con il risultato di innescare un fuggi fuggi caotico. Sorretto dai due, zoppicante, Emilio si affacciò alla porta. “Non è successo niente, sono caduto, state calmi!”. Il barbuto, sicuramente un seguace di Bakunin, volgeva attorno gli occhi, le braccia ingombre di opuscoli che si apprestava a salvare. Constatata la mancanza di martiri e di vili attacchi, scomparve in un ufficio borbottando tra sé, deluso. Si venne a sapere che i documenti che con tanta premura stringeva al petto erano i primi venticinque capitoli di un saggio che stava scrivendo sugli eroi anarchici morti per cause naturali in casa, tra l’affetto dei propri cari, senza aver mai partecipato in vita loro a sommosse, scontri, o a qualsivoglia adunata rivoltosa o manifestazione.
Rimisero in piedi la scrivania e si diedero da fare a riordinare l’ufficio. “Che hai combinato? Sembri un fantasma!”. In effetti, Emilio aveva un aspetto se possibile peggiore degli altri giorni. Il volto pallido, non rasato, le labbra esangui, gli occhi percorsi da una ragnatela di venuzze rosse. E il fiato! Sembrava avessero scoperchiato un cassonetto dell’umido in pieno agosto.

“Lasciate stare, faccio da solo.”. Girava per i pochi metri raccattando carte, tirando su con il naso; i vetri crocchiavano sotto le suole. Ad un certo punto scagliò una scatola di fermagli contro il muro, e scoppiò in lacrime. “Basta! Non ce la faccio più. Non ci riesco… Non ne faccio una che sia una di giusta! Che cos’ho che non va, eh? Ditemelo voi!”.
I due allibiti cominciarono ad arretrare convinti di trovarsi di fronte ad un pazzo.

“Dai, dai, che tutto si aggiusta. Come si dice dalle mie parti…”.
“Ma che cazzo si aggiusta! – ruggì l’infelice – Ma che ne sapete voi… E poi non c’entrate niente. Sono problemi miei! MIEI!”.
“Ehi, amico, calmati, che di problemi ne abbiamo anche noi! O credi che siamo qui a vederti a dar di matto in gita di piacere…”.
Emilio fissò Aldo. Se avesse potuto sbranarlo l’avrebbe fatto. Poi, d’improvviso, si passò la mano sulla faccia, tirò fuori un fazzoletto appallottolato, e si asciugò gli occhi.
“Scusatemi, vi prego. Sto passando un momento terribile. E quella maledetta Vecchia Romagna…”. Fece una smorfia di disgusto, poi annusò l’aria: “Cos’è quest’odore?”. Aldo e Rosario tirarono su col naso cercando di sentire.
“Minchia! Giuseppe è arrivato!”. Difatti, la corpulenta figura si stagliò sulla porta.
“Che ostia xé successo, Madonna parrucchiera?”. L’odore del dopobarba era come una massa solida che li spingeva all’altro capo della stanza. Tra il fiato di Emilio, la brillantina di Rosario, e il dopobarba di Giuseppe, l’aria nell’angusto spazio era irrespirabile.
“Sentite, andiamo fuori, in un bar. Io ho bisogno di bere qualcosa.”. Aldo si diresse verso l’uscita, verso l’aria fredda di novembre, fredda, umida, ma respirabile.
“Qui vicino c’è un posto, una trattoria: la padrona è la vedova di un mio paesano, si può mangiare qualcosa…ho un vuoto nello stomaco!” La proccupazione acuiva l’appetito di Rosario

VIII ) LA VEDOVA

Aperta la porta dell’osteria appunto “Dalla vedova” un vapore denso, profumato li accolse con voce suadente: “Dai togliti il cappotto, siediti e bevi un bicchiere per scacciare il freddo e il vino bisogna accompagnarlo con qualcosa di solido! Guardati attorno, fai con calma non c’è fretta!”

Ammaliati dalla voce di sirena, si tolsero l’impaccio dei cappotti e sedettero ad un tavolo. Solo Rosario restò in piedi: stava perlustrando le vetrine del lungo bancone di legno; lo vedevano parlare con una donna dalla lunga treccia nera che gli sorrideva asciugandosi le mani sul grembiule a fiori rossi
“Si fa prima a saltarla che far el giro!” Commentò Giuseppe
Aldo ed Emilio sembravano distratti, assorti: uno continuava a pulire gli occhiali strizzando gli occhi per vedere le vecchie foto appese al muro, li rimetteva e sospirava, l’altro tamburellava sul tavolo dondolandosi sulla sedia.
Rosario si unì al gruppo “Ho ordinato, adesso ci rifocilliamo e poi si può parlare!” Si strofinava le mani sorridendo.
I tavoli erano tutti occupati da anziani che giocavano a carte commentando le prese della scopa, i bicchieri che tintinnavano, per breve tempo restavano vuoti. Altri avventori al banco lanciavano occhiate languide ad una ragazza dotata di forme omologate ad attirare gli sguardi. Lei sorrideva a tutti, sciaquando bicchieri e versando la grappa nel caffè. C’ era un atmosfera cordiale, probabilmente erano tutti clienti abituali in confidenza con la proprietaria che entrava ed usciva dalla cucina portando piatti e cestini di pane.
Con due piatti in una mano ed un vassoio nell’altra, l’ostessa che in verità era davvero corta, s’avvicinò al loro tavolo seguita dalla ragazza.
Aldo ammirò le gambe ben tornite fasciate da calze nere (la sua passione) della giovane che per abitudine, o per malizia, rispondeva ai suoi sguardi con occhiate e sorrisi. Quando le si avvicinò per posare vino e bicchieri, aspirò il profumo di pulito e cibo buono, salute e gioia di vivere; avrebbe voluto toccarla ma non osò.
“Ecco qua! Polpette, baccalà fritto e trippe appena fatte!” La vedova si rivolse a Rosario che se la mangiava con gli occhi
“Tu mi fai girare il sangue Amelia!” Le prese la mano grassoccia e ci stampo un bacio, lei la tiro via ridendo.
“Sono amici tuoi questi signori?”
“Colleghi, anzi ex visto che ci licenziarono proprio ieri! Ci troviamo qui con il dottore -Emilio fece un cenno con la testa- per trovare un sistema per fottere quel fottutissimo testa di minchia del padrone!”
“Bravi così si fa! Mai piegare la testa! Quando la buon anima di Armido mi lasciò, con i denti e con le unghie ho lottato per tenere il locale e adesso…sono padrona e rispettata!” Si guardò attorno come volesse cogliere qualcuno a contraddirla
“Ma mangiate che diventa tutto freddo!” Se ne andò a passetti veloci dimenando il sedere.
“Mamma mia, quella il pepe ha nel sangue! Perdonami Carmela mia ma stà fimmena…!”
“Hai capito el teron, el fa el galletto!” Giuseppe si servì di trippe e riempì i bicchieri a tutti, Emilio fece un debole gesto di protesta.
“Bevi e magna che te ga na siera da morto Dio beduino!”
Scoppiarono a ridere mentre coltello e forchetta iniziavano a lavorare, dapprima, senza convinzione, Emilio piluccò una polpetta poi l’effetto vivificante del Refosco, sopravvalse la malinconia; per un po fu solo rumore di stoviglie e ganasce in movimento. Le pietanze scomparvero così velocemente da far credere che a quel tavolo ci fosse una riunione di illusionisti. La faccia di Emilio che si era scolato una buona parte della bottiglia, aveva un colorito quasi normale ed un espressione simile alla soddisfazione.
Amelia venne a sgombrare la tavola ritornando con caffè e grappa; per essere le undici di mattina i quattro ci avevano dato dentro, un piacevole appesantimento li rendeva bendisposti alla vita.
“Che vi avevo detto? Cucina di qualità! Come si dice dalle mie parti….”
“Eco che el taca!”
“Dicevo -Giuseppe venne fulminato da un occhiata- “Che da noi si dice: Fimmena piccante pigliala per amante, fimmena cuciniera pigliala per mujera! E Amalia due fimmene in una è!”
“Do nane par far quel tappo! Però è formosa e sulla cucina. tanto di cappello!”
Dopo aver sciacquato la tazzina del caffè con la grappa, Emilio interruppe la disquisizione sui pregi delle donne di bassa statura
“Adesso parliamo del vostro problema.”
Aldo si alzò di scatto, seguito da sguardi stupiti sottrasse il giornale dalle mani di un cliente che ciondolava la testa sotto l’influsso pernicioso dei molti punch al mandarino, e si risedette spiegandolo sul tavolo.
In prima pagina, campeggiava la foto del Presidente del Consiglio con il copricapo della guardia reale inglese, un sorriso ebete gli torceva la faccia mentre teneva le dita alzate nel segno di vittoria.
L’articolo portava il titolo: “Insulto a corte: Sua Maestà lascia il pranzo indignata” Il commento riportava la notizia che il Premier all’arrivo del dolce, s’ era alzato in piedi e aveva lasciato andare una sonora flatulenza urlando : “Alla salute di Sua Maesta!” Di fronte agli sguardi gelidi dei commensali si era lamentato dello scarso senso dell’umorismo degli inglesi. “A casa mia nelle feste, facciamo a gara a chi le fa più lunghe cribbio!” Il suo portavoce, alle critiche della stampa internazionale e dei partiti dell’opposizione aveva risposto con una nota :”Il Presidente con la sua cordialità, cercava di stemperare il clima troppo formale portando una ventata di italianità, un messaggio di amicizia e collaborazione. Il ministro dei beni culturali riportava un brano inedito del Galateo di Monsignor della Casa :” La flatulenza, in volgare scorreggia, alle corti di re e sovrani sempre fu tenuta in gran considerazione, come espressione di magnifica lode ai cibi serviti, dimostrazione di proprio agio e quindi si raccomanda tale pratica in occasioni solenni” La dichiarazione ha suscitato lo sdegno dei più noti storici che gridano al falso. L’ avvocato del primo ministro, annuncia querele e denunce contro i detrattori di chi è stato eletto dal popolo.
I quattro si guardarono negli occhi un brivido percorse i loro corpi. Aldo girò velocemente le pagine.
“Ecco! Ecco! State a sentire: “Gli operai della MECSALDA in cassa integrazione da otto mesi, di fronte all’ indifferenza dei dirigenti e del governo, occupano lo stabilimento. Cinque di loro sale sulla grù, ormai è una settimana che i lavoratori sono in cima. La pioggia il freddo e le precarie condizioni non li fanno demordere.”
Quando gli sguardi dei presenti – un po’ appannati a dir il vero- furono su di lui, trasse un profondo respiro: Dobbiamo fare così anche noi! Ve lo immaginate, qui ancora non ci ha pensato nessuno! Saremo i primi e ci sarà la stampa la televisione…e il bastardo dovrà spiegare, la gente saprà!”
Come una nuvoletta dei fumetti, sopra alle teste comparve l’immagine della casa calda, il divano, il materasso con la sagoma del corpo e anche il cesso; a tutto questo si sovrappose un immagine cruda in bianco e nero: gelido ferro, vento che soffia, mani e piedi gelati…
Fissavano tutti Aldo che con gli occhi luccicanti, aspettava l’esito della sua proposta; sperava, voleva fortemente che accettassero. Non potevano sapere che non gliene fregava niente della protesta, l’essere riassunto in quello schifo di posto. A dir il vero, e ne provava vergogna, non gli interessava neanche il destino di quei tre uomini; forse erano migliori di molti altri, ma lui sapeva cosa lo spingeva: doveva dimostrare a se stesso, a Milena che valeva qualcosa, che non era un pavido insicuro buonanulla travolto dalla vita che si accontentava delle briciole. Cazzo riusciva a raccontare balle anche a se stesso! Chi aveva sprecato gli anni in cui si gettano le basi per il futuro? E l’invidia rabbiosa per quelli che ce l’avevano fatta, per chi viveva la propria esistenza accettandola, guardando la realtà con occhi limpidi non offuscati dalla foschia di sogni irrealizzabili. Se si guardava allo specchio vedeva un vigliacco che faceva passare i suoi difetti per pregi, disprezzando tutto. In quella notte insonne aveva fatto i conti con la sua debolezza e il vero Aldo aveva avuto il sopravvento; basta fingere! Se era uno squallido viscido verme egoista, ebbene avrebbe seguito la sua strada, il solco bavoso del lombrico! E vedeva i giornali che parlavano di lui, le interviste la sua faccia sugli schermi; Milena avrebbe finalmente sorriso, risplendente di ammirazione.

Emilio, immerso nei suoi pensieri disegnava invisibili ghirigori sul tavolo, Rosario rosicchiava uno stuzzicadenti e Giuseppe lo guardava aspettando la sua opinione alla proposta.
“E allora, che ne dite?”
“Bisogna organizzarsi bene, viveri, vestiti supporto tecnico e soprattutto trovare la grù!” Il sindacalista alzò la testa cancellò con la mano i disegni immaginari; nei suoi occhi splendeva una strana luce, non c’era più tristezza o rassegnazione, persino le guance avevano ripreso un colorito roseo, sano.
“Adesso torno in sede e sondo il terreno con i compagni ma penso ci sarà tutto l’appoggio, il sindacato ha bisogno di una scossa. Bravo Aldo, hai avuto una bella idea!” Si alzò prese il portafoglio, con orrore vide una solitaria banconota da dieci euro; a malincuore se ne separò.
“ Io devo parlare a Carmela …”
Giuseppe, si versò un altra dose di grappa :” Mio cugino ha un impresa edile, quando arrivo a casa lo chiamo e vedemo se el ga na grù montata, che no sia in meso ai campi! Ostia, se mesogiorno! Me mujer me copa, ha preparato musetto e fagioli….e mi son già pien, S Giuseppe ginecologo!”
“Allora facciamo così: parliamo alle mogli, tu Giuseppe telefoni e ci rivediamo stasera alle nove, va bene? Emilio lo chiamo io.”
Rosario già in piedi, guardava in giro si ispezionava le unghie “ Questa faccenda non mi convince, se qualcuno si fa male, se la polizia….
“E moeghea teron de l’ostia! Magari diventiamo famosi, ci chiamano in televisione in quel programma..come si chiama ? Va ben dove che ghe se quea tetona!”
“ Dai pensateci, a stasera!”
Uscirono, l’aria gelida affrettava i movimenti, snebbiava la mente, si salutarono con strette di mano guantate; negli occhi dietro al dubbio cominciava ad ardere la fiamma della rivolta

X )  ROSARIO &GIUSEPPE

Cosa dissero Giuseppe e Rosario alle rispettive consorti? E’ straordinario pensare che due culture due individui così diversi, possano aver agito quasi in simbiosi.

Giuseppe comunicò sbrigativamente a Maria quello che aveva già deciso, se aveva avuto dubbi le deboli proteste della moglie lo convinsero. Quando lei gli disse “Te si massa vecio par ste robe!” Con calma glaciale finì il piatto, si alzò sollevò la moglie di peso e la portò direttamente in camera, incurante della tempesta di pugni che gli pioveva addosso. “Adesso te faso vedar mi sto vecio San Piero camerier!” Gli strilli si trasformarono in sospiri: “Oh Bepi, Bepi mio!”
“Se ti dissi che diedi la mia parola d’onore!” Rosario schivò il piatto che Carmela gli aveva appena lanciato. “Carmela, non mi costringere!” Questa volta il bicchiere passò pericolosamente vicino all’ orecchio, gli occhi di carbone della donna mandavano lampi, il movimento del braccio alzato, stirava il vestito dlimenando la curva del petto. “Rosario tu sei pazzo, alla tua età non le devi fare certe cose!” Rosario uscì da dietro la sedia dove s’era rifugiato, lisciandosi un inesistente increspatura nell’impeccabile onda di capelli, avanzò lento ed inesorabile. “Carmelo non fare quegl’ occhi! Lo sai che non resisto!” “Vecchio sono?” Il divano accolse gli sposi tra cigolii di molle.

XI ) EMILIO

Emilio notò con sollievo che il mal di testa era scomparso, è proprio vero, pensò, che per far passare i postumi di una sbronza, bisogna bere di nuovo. O forse era perché aveva mangiato? Da quanto tempo non faceva un pasto decente? Adesso si sentiva bene, rinvigorito soprattutto mentalmente.

Senza volerlo, quell’operaio Aldo gli aveva dato l’idea, vedeva uno spiraglio aprirsi nei battenti del portone che la vita gli aveva sbattuto in faccia. Doveva muoversi bene; vedeva già la scena: lui sotto la gru che parlava alla stampa, spiegando come si fosse giunti alla protesta, l’assemblea, lui unico portavoce e i colleghi che annuivano ammirati forse un intervista al telegiornale, chissà! E lei che tra la folla lo guarda, gli occhi bassi, capisce di averlo giudicato male, il commercialista con un sorriso ironico sulle labbra, la prende per un braccio per portarla via, lei lo guarda schifata, si scosta lasciandogli in mano un ciuffo di pelo di visone, si fa largo tra la folla e lo raggiunge : “ E’ mio marito!”
“Ehilà compagno!” Emilio si gira di scatto e vede Corradini un precario che chissà per quale ragione gli ronza sempre attorno raccontandogli le sue avventure di quando era di Lotta Continua della celere le cariche; non lo può sopportare, nutre seri dubbi sull’autenticità delle sue storie e lo considera un lecca culo, ha cercato più volte di fargli capire che non gli piace ma lui niente, ogni volta che lo vede gli si appiccica addosso.“ Senti Corradini, te lo devo dire una volta per tutte: mi stai sul cazzo non ti sopporto é chiaro? “ E detto questo si gira e se ne va lasciando il poveraccio con la bocca aperta. Emilio si mangia gli scalini due alla volta ed entra trafelato nel palazzo

La segretaria una darkona con un ciuffo di capelli piercing al naso ed un tatuaggio dove finisce la maglietta e cominciano le mutande, che tutti vorrebbero vedere da vicino, lo squadra stupita “Hoè che fretta! Problemi di prostata?” solitamente si ferma a fare due chiacchiere e sbirciarle dentro la scollatura ma oggi ha fretta e poi indossa un maglione a collo alto. “Roberto è in ufficio?” “E dove vuoi che sia? Quello sta li e smanetta con il computer, adesso poi che sta su Facebook!” Si parla del dirigente, cinquantenne alto brizzolato, abbronzatura da velista, fisico da palestra. “Na smanettata me la farei dare anch’io!” e fa scoppiare la bolla del chewing- gum che ha sempre in bocca. Emilio abbozza un sorriso e se ne va.
“Ciao Roberto sei impegnato?”
“Entra, entra siediti che ti serve che ti serve?” Il brizzolato è spaparanzato sulla poltrona la mano che muove il mouse, un occhio alla porta e uno allo schermo.
Emilio si siede, si toglie gli occhiali li pulisce con il fazzoletto e poi si asciuga la fronte, l’altro ridacchia battendo sulla tastiera.” Dimmi, dimmi novità, novità?” Emilio non sopporta la mania che ha di ripetere le parole, deglutisce e gli racconta la storia. “…E quindi ho pensato che sarebbe positivo per l’immagine del sindacato, sostenere questi lavoratori nella protesta.” “ E come pensi di organizzarti, come pensi?”
Quante volte nel’ arco di una giornata si è costretti ad aver a che fare con persone che non sopportiamo? I furbi, maleducati ignoranti e altri che proprio a pelle ci sono antipatici. Roberto era per lui la summa degli elementi che lo infastidivano, ipocrita ed arrogante non sapeva nulla delle lotte operaie, un burocrate che non aveva mai messo piede in una fabbrica, in un acciaieria. Che ne sapeva di quella realtà da inferno dantesco dove gli esseri che vi vivevano erano simili a neri spettri al servizio del metallo, animale vivo, liquida vampata di furia che con improvvisi scatti sprizzava la lingua di fuoco accecando, carbonizzando la carne con il suo fiato di fuoco.
“Emilio?”
Emilio per un attimo guardò Roberto senza riconoscerlo, si era estraniato in quell’immagine alla Cechov. Si riprese e tormentando il fazzoletto che teneva in mano rispose: “Allora si fa un comunicato stampa e io seguo sul posto gli operai, curo la logistica sai, cibo acqua coperte adesso vediamo cosa serve , bisogna trovare lo slogan mobilitare i compagni…Roberto lo interruppe alzando la mano “ Va bene ma siamo sicuri sicuri che sta gente, i licenziati non facciano qualche cazzata, che so violenza o magari uno si butta butta giù dalla gru giù? Non vorrei fossimo coinvolti soprattutto ora che c’è un sacco di depressi disoccupati.” Emilio lo guardò cercando di ucciderlo con gli occhi. “Sono tutti padri di famiglia e conoscendoli non mi sembrano proprio i tipi da far cazzate. Sono proprio le persone giuste, non troppo giovani;  sì sono proprio sicuro, sicuro!”
“Allora allora vai! Facci sognare, scrivi il comunicato che ci penso io a divulgarlo; per il resto è tutto in mano tua capito tua se capita qualcosa ti assumi la responsabilità.”
“Non c’è problema ho già tutto in mano appena mi telefonano c muoviamo!”
“Sì va bene va bene. A proposito portati Corradini così si sgrezza e poi lui di queste cose ha esperienza, era di Lotta Continua, uno tosto, tosto!”
Una lama di ghiaccio saettò dal cranio di Emilio giù giù fino al buco del culo, si stava alzando e ripiombò sulla sedia le nocche delle mani che stritolavano il fazzoletto erano bianche. “Ma non so, quelli si fidano di me!” “Va la va la che gli insegni qualcosa, ti da una mano ti porta le casse dell’acqua, insomma portalo portalo!”Eccolo il prezzo da pagare chinare il capo ed abbozzare! Più pesanti di qualche minuto prima i piedi di Emilio si diressero alla porta, si girò e fece un gesto di saluto con la mano, le parole non gli uscirono dalla bocca : “Vaffanculo stronzo vaffanculo!”
E chi vede alla scrivania della segretaria? Proprio lui il Corradini! Decide di mettere subito le cose in chiaro. “Corradini!” L’altro si gira di scatto rovescia qualche foglio dal tavolo .” Vieni ti devo parlare!” Corradini lo raggiunge camminando con le mani in tasca.

La sua persona è il museo vivente dell’extraparlamentare. Sui capelli lunghi porta un basco guardandolo bene si vedono i forellini dov’era appuntata una spilla forse una falce e martello, la stella rossa, Che Guevara o Stalin, potrebbero essere state usate tutte, a rotazione; al collo la sciarpa dell’ FLM palestinese, al posto dell’orribile eskimo in voga a quei tempi porta un costoso Refrigivare, jeans stinti e naturalmente le Clark quelle originali, non quelle da cinquemila lire al mercato, che quando pioveva si sfaldavano e coloravano i piedi indelebilmente. Il pizzetto e gli occhiali tondi completano il quadro.
Corradini si avvicina guardando con sospetto Emilio:
“Corradini..a proposito, come fai di nome?”
“Gianmaria”
“Allora Gianmaria, siamo franchi come le persone oneste, credo tu abbia capito che non sprizzo di gioia quando ti vedo, anzi! Credo tu sia ridicolo, presuntuoso e falso.” Gianmaria paonazzo sgranava gli occhi miopi
“ Ma…”
“ Lasciami finire! Sul lavoro vedo che ti dai da fare e noi di lavoro dobbiamo parlare, quello che fai o credi di essere non mi interessa e vengo al punto.”
Snocciolò la storia e quel che gli aveva detto il capo.
“ Perciò cerchiamo di collaborare per il bene di quei poveri diavoli senza lavoro. Ma se fai lo spavaldo e attacchi la manfrina di Lotta Continua qua, occupazioni la, prima ti stacco un orecchio a morsi poi sei fuori! Sono stato abbastanza chiaro?”
A dir il vero ad Emilio sembrava di essere stato anche troppo duro, di aver scaricato la frustrazione per i suoi guai; in più non pensava di avere il potere di sbatterlo fuori, piuttosto se quello si lagnava con Roberto magari scaricavano lui! Ma ormai quel che è detto è detto.
Corradini lo fissava lisciandosi la barbetta. Era ancora parecchio rosso in faccia
ma sembrava assorbire quello che gli era stato detto:
“Certo non fa piacere sentire che una persona che tu stimi, ha un idea così brutta di te, però sei stato onesto! Chi dice le cose con franchezza, raramente tradisce, accetto le tue condizioni!” Sorrise tendendo la mano.” Anche se non sono molto democratiche!”
“ Oh bene! Andiamo nel mio ufficio buttiamo giù un programma, una lista..”
“Guarda che al convegno di Autonomia Operaia io e Scalzone…..”

XII ) Aldo

Aveva lasciato la macchina nel parcheggio davanti alla chiesa incamminandosi verso le mura, quel nastro sollevato di alberi e verde che chiudeva nel suo abbraccio medievale la città. Camminare tra gli enormi ippocastani, sentire lo scricchiolio della ghiaia sotto le suole, lo tranquillizzava.

Quand’era bambino salire le brevi rampe erbose gli faceva varcare un confine spazio-temporale: si materializzavano armigeri e cavalli sbuffanti legati agli anelli di ferro infissi sui mattoni. Le colubrine puntate e le palle di ferro impilate a fianco, pronte per seminare panico e morte al nemico. Guardie percorrevano incessantemente il camminamento scambiandosi ordini e sorsi di acquavite le spade sbattevano sui cosciali dell’armatura. La bicicletta diventava un cavallo da guerra, i muscoli guizzanti le froge aperte ad annusare l’aria, zoccoli scalpitanti l’odore acre del fumo, della battaglia; e nel fiume che scorreva sotto i bastioni, ad ulteriore difesa, le alghe verdi fluttuanti , nascondevano mostri invisibili, draghi coperti di scaglie di diamante che la luna rivelava nel scintillio delle rapide emersioni; ancora oggi non s’erano affievolite quelle fantasie e cercava tra i sassi nelle fessure dei mattoni le tracce, i segni di quelle vite passate.

Con un salto si mise a sedere sopra il muretto della rotonda più grande quello della porta di S. Quaranta, dazio insuperabile dai nemici della Serenissima. L’odore del muschio era forte, il freddo trapassava i jeans gelandogli le cosce. Da li vedeva scorrere sotto di lui il fiume; nella lieve corrente anatre si facevano trasportare, immergendo la testa nelle alghe, sembravano dedicarsi alla pulizia di quella lunga chioma verde. Ma non era lieve la corrente che smuoveva i ricordi che affioravano come bolle d’aria.

In quel posto aveva passato sere, notti a suonare cantare con gli amici, ebbri di erba e libertà, intavolando interminabili discorsi i volti giovani illuminati dalla vita e da improvvisati falò di cartoni. Lo impregava la sensazione di perdita, l’incessante movimento verso la fine spinto da una folla di cui non si può contrastare l’impeto; era impossibile andare contro corrente.
In quel posto aveva baciato Milena (e non solo lei) aveva sentito, nella calda notte d’estate, il calore dei suoi seni, sprofondato la testa ad annusare il profumo segreto alla base del collo. S’erano fusi sotto le stelle in un amplesso di odori: l’aria, l’erba il fiato tiepido del vento, la melmosa esalazione dell’acqua verde ed anche la puzza delle auto che passavano sotto le mura. Da quel connubio cosmico era stata concepita Laura, commistione di elementi, cielo terra aria, s’era incarnata, esempio di mitologia normale, Aldo salto giù, le chiappe insensibili. Poteva pensare finchè voleva, estraniarsi con i ricordi ma la situazione non cambiava. Perchè faceva così fatica ad accettare il presente? Anche questa storia della grù gli sembrava inutile, l’entusiasmo si era dissolto, restavano i dubbi come sempre.Squillò il cellulare , la voce di Giuseppe irruppe dal telefono:“Son io Giuseppe! Tutto a posto, la grù l’ho trovata in un posto magnifico San Silvestro fritoin! Vicino ad un centro commerciale fora dee mura, strada Ovest.. pronto me sentitu? “Sì sì bene, bisogna avvertire Emilio trovarci e fare un piano preciso!”“Va ben mi ciamo el terron, cioè Rosario fammi sapere ciao! Ecco adesso si doveva ballare, per un minuto aveva sperato che saltasse tutto….”E basta cazzo! Sto sempre qui a lagnarmi! Agire bisogna e stavolta…”Compose il numero ed attese scalciando i ricci degli ippocastani.“Emilio? E’ fatta, Giuseppe ha trovato la grù! Come? Suo cognato..sì vicino ad un centro cmmerciale, grande visibilità, un sacco di gente che passa! Ci troviamo, facciamo un sopralluogo, spero ci sia il cognato io mica sono pratico di cantieri!Allora alle nove e mezza davanti al sindacato…e portarsi le palle!!”

XIII ) Emilio e Gianmaria

“Gianmaria, ci siamo la grù c’è!”
“Magari in mezzo ai campi!”
“No macchè, un centro commerciale, credo sia quello enorme, come si chiama..SPENDOBENE!”
“Ma va? Ci vado a far la spesa con mia nonna, un labirinto! Se ti ci perdi ti trovano dopo una settimana, il parcheggio è enorme!”
“Meglio! Un sacco di gente che verrà a vedere! Stavolta facciamo le cose per bene!”
“Potrei chiamare qualche amico, ne conosco un paio che fanno benissimo gli striscioni!”
“Vedremo, vedremo, intanto stasera andiamo a fare un sopralluogo tutti quanti!”
Camminava su e giù per l’ufficio gesticolando emozionato. Dopo tanti giorni, altri pensieri scalzavano l’immagine della fedifraga, si sentiva attivo, pieno di energia.
“ Che ore sono?”
“Le sette e mezza.”
“Allora ti offro la pizza thiè! M è venuta fame
“Va bene, aspetta che avverto mia zia che non vado a cena!”
“La nonna, la zia ma cosa fai il tour dei parenti?”
“No e che mia madre è morta tre mesi fa e mi hanno sfrattato, capirai che con i soldi che prendo…Insomma mi arrangio, la nonna mi ospita così risparmio”
“ Mi dispiace Gianmaria.. se ti serve qualcosa..”
“No no sto bene così, mi rendo utile con quelle vecchiette, mi fa star bene!”
Emilio era arrossito per l’imbarazzo, credeva fosse un cocco di mamma vestito e nutrito e invece aveva più rogne di lui che almeno la casa ce l’aveva, oddio ancora quattro anni di mutuo. “ Ma guarda alle volte come si giudicano male le persone!”

XIII) IL SOPRALLUOGO

Davanti il palazzo ormai chiuso e buio Aldo, Emilio ed il Corradini, battevano i piedi per riscaldarsi. Una nebbiolina umida ed appiccicosa strisciava come un gelido serpente intrufolandosi nelle maniche, dentro il collo obbligandoli a rialzare baveri e cappucci; sulla strada deserta c’erano solo loro.
“Ma dove sono finiti?” disse il Corradini da dentro il cappuccio
“E che ne so! Avranno fatto una sosta per un grappino che non farebbe schifo neanche a me! La pizza era unta…e cara!”
“ Magari stanno discutendo se le trippe sono più buone dei peperoni con le sarde e i capperi. Anche al lavoro, sempre così! Poi si mettono d’accordo e si fanno di quelle mangiate.”
Aldo si strinse ancor più nel cappotto, temeva si sentisse il brontolio dello stomaco. Era andato a casa e prendendola molto alla larga, aveva iniziato a spiegare a Milena quel che stava accadendo. Già alla notizia del licenziamento, si era accasciata sulla sedia, fissando il vuoto e ansimando aveva bisbigliato:” E adesso? Ci porteranno via la casa, la bambina!” Continuava a chiamare la figlia bambina, cosa che mandava su tutte le furie Laura che passava la maggior parte del tempo libero a guardarsi allo specchio, verificando la crescita del seno, provando sguardi seducenti mimando baci e lisciandosi i capelli. “Ma dai Milena, troverò un altro lavoro, non esagerare!”
La donna tormentava il grembiule che aveva indossato per cucinare, grosse lacrime le rotolavano sulle guance, cadevano come gocce di pioggia sulle mani; Aldo le guardava, seguiva la scia bagnata che dalle mani scendeva sulla stoffa e scompariva assorbita dal tessuto. “Su non fare così! Le accarezzava la testa cercando di consolarla, poi decise che peggio di così non poteva andare e le racconto tutto d’un fiato le loro intenzioni.
Non riuscì a finire, Milena scattò in piedi e con un gemito di freni consumati, corse in camera sbattendo la porta.
“Apri Milena, apri!” I singhiozzi disperati gli strappavano il cuore,ma cosa poteva fare?
“Allora continua a piangere porca miseria! E’ impossibile parlare con te, ma adesso mi sono rotto i coglioni! Sempre a vedere nero, anch’io ho una vita…..Smettila smettila!” Tacque con la mano sulla maniglia ansimando, il volto che gli scottava; i singhiozzi si erano trasformati in un lamento continuo. Rassegnato girò le spalle ed uscì.
Per cui la cena era saltata, i piatti di pasta erano rimasti abbandonati in cucina a raffreddarsi, si immaginano gli spaghetti dirsi l’un l’altro:

“Allora? Nessuno ci mangia? Hoè che diventiamo na mappazza schifosa!”
“Lascia stare!” risponde il grana “Son cose di umani…però na grattatina me la sarei fatta dare volentieri!”
“Aspetta, aspetta!” Dice umida l’acqua dalla brocca “C è la più giovane, magari due forchettate se le fa!”
Laura entra in cucina si guarda attorno, si toglie le cuffiette alza gli occhi al cielo gonfiando le guance “ Che palle!” Silenziosamente apre lo sportello si impadronisce di un pacchetto di patatine, ritorna a ritroso in camera sua e chiude a chiave la porta.
Nella cucina deserta si sentono i lamenti di Milena e i sospiri degli spaghetti destinati alla spazzatura.

Giuseppe è passato a prendere Rosario a casa sua, suona il campanello:
“Chi è?”
“ Son mi Giuseppe! Versi che fa freddo San Francesco barista!”
“ Sali, non sono ancora pronto!” Un bicchierino di anice siciliano? Fatto in casa, purissimo!
“Ma no dai andiamo!”
“Che ci vuole, un minuto! E’ digestivo!”
“ Va ben dai!”
“Carmela, porta l’anice! Io intanto mi metto le scarpe.”
Due fari tagliavano la nebbia ma la lama era smussata. A malapena scalfiva il muro che s’era fatto più denso. Con stridore di freni l’auto si fermò, Giuseppe e Rosario scesero; si sentiva della musica provenire dall’abitacolo.
“ Madonna segretaria non se vede un casso!”
“Dai andiamo è già tardi e io domani ho una riunione sindacale a Vicenza e se non dormo sono uno zombie!”
L’interno dell’auto seppur impregnato dal profumo di Giuseppe, era caldo ed accogliente, i tre dietro si strinsero. Capitano all’improvviso, cose a cui non si dà nessuna importanza ma sono quelle di cui ci si ricorderà. Il calore dopo la gelida nebbia, cinque persone che assaporano il piacere di scaldarsi l’un l’altro qualcosa di intimo, semplicissimo. Sui loro volti aleggiava un sorriso beato e sembrava celestiale anche la voce di Claudio Villa che usciva dalle casse. Dopo qualche minuto di estatico silenzio, Giuseppe abbassò il volume.
“ Mio cognato si raccomanda di non toccare niente, la grù ce la lascia una settimana non un giorno in più!”
“Solo? Più stiamo su meglio è!”
“ Ma hai idea di cosa vuol dire sare sette giorni a trenta metri?”
“Trentacinque!”
“Va bene trentacinque, senza riparo, col freddo..!”
“ Pisando nee bottiglette!”
“Ecco appunto, per non parlare del resto!”
“Ok ok però gli altri sono già quindici giorni
“ Già scassiamo la minchia…e io mi sono pentito e Carmela sola!”
“ Eh no, calma no femo schersi San Teodoro carrossier, ormai parola data!”
“State buoni cazzo! Ecco quello è lo SPENDIBENE”
“ A destra cento metri e ci siamo!”
Appena svoltato, videro la sagoma scura della grù scheletrica e spaventosamente alta, intorno case in costruzione. Tutti nell’auto la fissavano; cosa passasse nelle loro menti, non è dato sapere.
Fermata la macchina nell’enorme parcheggio del supermercato, a malincuore, lasciarono quel nido caldo per immergersi nella nebbia che il chiarore dei lampioni rendeva ancora più solida. Nel silenzio desolato i cinque si movevano come palombari sul fondo dell’ oceano.
Il cantiere sorgeva dove una volta erano campi coltivati a mais, nella devastazione degli escavatori, sopravviveva qualche zolla erbosa e incredibilmente un ciuffo di piante con le pannocchie secche dai grani scuri come denti cariati, tenacemente rifiutava di cedere il posto al cemento. La recinzione racchiudeva una confusione di assi sacchi di cemento, mattoni tubi da impalcatura arrugginiti, bidoni di ferro, detriti, grossi rotoli di rete da armatura; in mezzo al caos stava simile ad un titanico golem, la grù.
Giuseppe armeggio con le chiavi e aprì il grosso lucchetto poi spalancò con un calcio il cancello. Entrarono calpestando una fanghiglia di terra e cemento che rendeva ogni passo più pesante del precedente; ognuno sentiva in cuor suo un oppressione, uno smarrimento come si trovassero di fronte alle macerie di un cataclisma.
“Era meglio venire di giorno, questo posto mi fa paura!” Rosario espresse il sentimento comune.
“Dai femo un giro e tornemo casa!”
Muovendosi con cautela tra i detriti, raggiunsero la base della grù tenuta ferma da blocchi di cemento alti più di un metro.Corradini, dimostrando un insospettabile agilità, si arrampicò.
“Dai venite su!”
Aldo lo raggiunse seguito da Rosario ed Emilio, insieme a forza di braccia issarono il corpulento Giuseppe che sbuffava sacramentando. Guardando da sotto in su la struttura metallica, per effetto della prospettiva appariva ancora più alta,una specie di scala di ferro si perdeva nell’oscurità.

XIV ) LOGISTICA, RICORDI, PENSIERI DELL’ULTIMA ORA

“Qui ci vogliono zaini per portar su quel che serve e sacchi a pelo scarpe che non scivolano, da trekking. Facciamo la base qui con i rifornimenti e sempre da qui parleremo alla gente! Li mettiamo tutto attorno i simboli del sindacato.

” Io vado a vedere la rete, bisogna fare striscioni cartelli!” Con un balzo Corradini saltò giù atterrando malamente sulle ginocchia, scorticandosi pelle e jeans: “Non mi sono fatto niente, tutto a posto!”Si allontanò zoppicando, con le lacrime agli occhi per il dolore.

Aldo Rosario e Giuseppe che dovevano affrontare la salita, giravano attorno alla base perplessi toccando le grosse traversine, scuotendole come volessero trovare un punto debole che impedisse l’ impresa; ma la gru era solidissima, montata a regola d’arte.

Aldo era spinto dal desiderio di riscatto, la sua motivazione era forte, così era per Emilio che contava sull’effetto mediatico e la conseguente fama per riconquistare la moglie. Non erano nobili le intenzioni che li accomunavano, ma per nulla al mondo avrebbero rinunciato: era l’ultima occasione, la carta per vincere la mano contro il destino che aveva ingarbugliato le loro vite intrecciandole.

Ma Rosario, Giuseppe? Loro erano contenti della loro vita  amavano ed erano amati, felici di quel che avevano. Agivano per solidarietà, perché anche se non desideravano ritornare a lavorare in quella fabbrica, li si era creato quel sodalizio così simile alla vera amicizia. Ed erano orgogliosi di provare quel sentimento, di far parte di una squadra.

Anime pure, anime torbide il miscuglio della razza umana spinta da nobili od esecrabili ragioni

“Come nei Misteri della giungla nera!”

“?”

“Sì quando Janez si arrampica sul gigantesco banian, mentre i Thugs gli danno la caccia!”

“Par mi, el più difficile è rampegarse San Teonisto copacani! Quando che son in cima, magno bevo e ghe piso in testa a quei soto!”

“Così si parla! Senza paura, decisi e poi ci siamo noi qui e non vi faremo mancare niente. Sarà un successo e quello sfruttatore dovrà spiegare all’ opinione pubblica…..”

“Sì sì va ben….”

” Il compagno ha ragione ! Come quella volta a Roma davanti al parlamento, ero nel servizio d’ordine e la celere schierata batteva sugli scudi per intimorirci ma noi…..

Emilio lo fulminò con un occhiata

“Andiamo a casa che non sento più i piedi. Domani sulle due torno da Vicenza e ci troviamo qui, tu Gianmaria ti occupi dei viveri, striscioni, chiama chi vuoi e pensa a cosa possiamo esserci dimenticati. Domani sera , si parte!”

Si strinsero la mano ed ognuno tornò a casa sua ai propri fantasmi  alle proprie angustie, al letto riscaldato dal corpo di una donna, al sonno ristoratore.

Emilio accese la luce e subito la vide: panciuta, con ancora un paio di sorsi sul fondo.

“Ma sì, finiamola!” Versò in un bicchiere il brandy lo bevve in un sorso, storse la bocca e canticchiando l’ INTERNAZIONALE andò a letto.

Con cautela Aldo fece girare la chiave nella serratura muovendosi nel buio senza far rumore, si tolse le scarpe si distese sul divano tirandosi il playd addosso. Meno male che MIlena non si era svegliata! Rimase con gli occhi aperti a guardar scorrere le luci delle auto sul soffitto.Cominciava ad albeggiare quando si addormentò.

XIV)  AZIONE

E così, come solitamente accade, giunse il momento dell’azione. I discorsi gli stati d’animo, i pensieri precedenti vennero annullati dall’azione stessa.

Si ritrovarono tutti fuori dal cantiere, facce risolute cuori in tumulto. Ognuno aveva eseguito i propri rituali, riti scaramantici gesti quotidiani che rassicuravano.

Aldo si era sbarbato accuratamente lavato: lo specchio gli rimandò un immagine che non gli piacque, c’era qualcosa di falso in quel volto serio per un attimo pensò di sparire, lasciare tutto e tutti. Spense la luce del bagno e cominciò a vestirsi.

Giuseppe si era svegliato alle sei e dopo una abbondante colazione, aveva stipato lo zaino all’inverosimile: un bottiglione di grappa, un salame con l’aglio e uno senza, mezzo chilo di Montasio stagionato, una tuta da meccanico blù stinto più volte rammendata, tre maglie di lana che Maria aveva insistito portasse minacciando il divorzio, le carte da scopa e un ferro di cavallo che solitamente stava appeso sulla porta di casa; sul suo potere Giuseppe fondava la sua sicurezza. Maria dormiva ancora, le sfiorò la fronte con un bacio sussurrandole :” Sta tranquia che torno intiero!”

Rosario viaggiava leggero, la borsa finto Vuitton conteneva solo sei vasetti di verdure varie sott’ olio, una stecca di sigarette, una  bottiglia di liquore d’anice fatto da lui stesso che sfidava qualsiasi misurazione alcolometrica, un pecorino che nonostante fosse avvolto in più e più strati di stagnola, aveva attirato tutti i topi del circondario che l’avevano seguito per le scale come il pifferaio di Hammelin. In tasca teneva la statuina in plastica avorio di S Antonio: il solo stringerla fra le mani sudate lo rassicurava. Carmela recitava un rosario.

Emilio e Corradini arrivarono con la macchina carica di coperte sacchi a pelo, bottiglie di acqua minerale, carta igienica e un thermos di caffè palesemente insufficiente per tre persone in sette giorni. Corradini aveva rispolverato i vecchi anfibi militari ed una papanka sovietica ( il famoso cappello con le orecchie) e finalmente, il vecchio eskimo la cui puzza di naftalina, gli faceva lacrimare gli occhi.

Sul davanti. come un vecchio colonnello, portava appuntate le spille di Mao tse tung Che Guevara, il sole che ride, la falce e martello, la spilla del referendum sull’aborto ( ricordo di una vecchia fiamma ) la A di anarchia, lo stemma del pci, la rosa nel pugno e altre sbiadite dal tempo. Emilio reduce dalla riunione a vicenza, portava il solito completo blù discretamente consumato e spiegazzato dalle ore passate in macchina; contava di cambiarsi più tardi, mettere qualcosa di informale ma elegante, in fondo rappresentava il sindacato e i giornalisti l’avrebbero intervistato, fotografato le telecamere ripreso. Per questo a Vicenza mentre i rappresentanti di fabbrica parlavano, aveva buttato giù un discorso, punti salienti che avrebbe perfezionato ad uso e consumo dei media…..e lei avrebbe sentito. Le aveva mandato un messaggio dicendole di sintonizzarsi sul canale locale. Tra poco sarebbero arrivati quelli dell’emittente.

Un furgone Ford Transit, si fermò con stridore di ferodi consumati e sputò fuori quattro persone: “Heilà!” Corradini corse loro incontro stringendo mani,  dando pacche sulle spalle abbracci calorosi.

“Questi sono i compagni del collettivo Arte e responsabilità civile, un gruppo di artisti che lavorano nelle comunità, tra la gente avvicinando il popolo alla realtà sociale tramite la cultura popolare!”

“Na manega de sfigai!” Sussurrò Giuseppe all’orecchio di Rosario, che guardava sospettoso i nuovi arrivati

I quattro salutarono sventolando le mani, accennando un sorriso e subito si diedero da fare estraendo dalle viscere del furgone, rotoli di carta bastoni di legno ed altri strumenti di espressine artistica. A Corradini fu dato come reliquia sacra, un megafono modello “Meucci” che portava i segni di mille battaglie, più volte riparato con lo scotch , il cono ricoperto di scritte a pennarello; se lo mise al collo come fosse la medaglia d’oro di una specialità olimpionica e investito di quel simbolo, crebbe di dieci centimetri buoni.

“I compagni ora creeranno gli striscioni da appendere, sanno già tutto!” Poi abbassando la voce:”E’ meglio non interferire, sono gelosi della loro arte!” I nostri guardarono i fenomeni all’opera, una macchina collaudata; si dividevano i compiti con segnali solo a loro noti. E in poco tempo i rotoli di carta furono attaccati ai pali e distesi sull’asfalto,due di loro che assomigliavano straordinariamente a Stan Loren e Oliver Hardy  armati di grossi pennarelli, cominciarono a realizzare gli striscioni, la lingua fuori concentratissimi come bambini ca cui la maestra ha promesso un premio per il gelato più bello. Gli altri assieme a Corradini, si diressero al parcheggio dello Spendibene; a tracolla avevano i famigerati tascapane militari quelli che nei focosi anni della rivolta si usavano per andare a scuola. I suddetti zaini chi ha vissuto quegli anni gloriosi, li ricorda ricoperti di scritte che esaltavano verità indiscutibili e di cui fornirò un campionario:

LA RIVOLUZIONE NON è UN PRANZO DI GALA

L’UOMO è NATO LIBERO

L’UTERO è MIO E LO GESTISCO IO (Per le femminucce)

SE VEDI UN PUNTO NERO SPARA A VISTA O è UN PRETE O è UN FASCISTA (Per i più incazzati)

poi:

PEACE AND LOVE

LIKE MY FIRE

LSD

Per finire con  W INTER (O altra squadra a scelta) e l’immortale universalmente condiviso W LA FIGA

I tascapane pieni di volantini odorosi di inchiostro da ciclostile, riportarono a galla ad Emilio ricordi romantici di sabati passati a lottare con le matrici, spalmando quell’ inchiostro che se ti sporcavi, neanche con la soda caustica riusciva a toglierlo, le domeniche a picchettare a vendere nei quartieri popolari l’organo di partito che destava negli operai, sonnacchiosi di domenica, lo stesso entusiasmo di un capello in una zuppa di merda. E i compagni, le compagne…

15) Rimembranze d’autunno

Erano tre sorelle, Laura Lidia e Luisa.

I giovani comunisti nonostante gli sforzi per domare gli ormoni maschilisti, poco consoni alla disciplina, nascondevano nell’intimo pensieri erotici inconfessabili, con una o addirittura i più perversi con tutte e tre le sorelle sdraiate sul tavolo della sede  ( uno scantinato che puzzava di muffa e topi) tra volantini e copie dell organo di partito, avvolte nella bandiera rossa che reclamavano il loro diritto di essere donne, spalancando le gambe per un rapporto equo e solidale; ma non la mollavano a nessuno. Scaricavano i lavori più pesanti e noiosi ai baldi cavalieri che scattavano come molle felici di accontentarle, sperando in un pompino, una sega o anche un misero lingua in bocca, trombare andava la di la di ogni fantasia.

Le tre “Pasionarie” non che fossero poi ste gran gnocche, basse, quasi piatte si assomigliavano per la fioritura di brufoli e un alito pesante che almeno, serviva a tener lontani mosche e zanzare. Si infagottavano in informi gonne lunghe fino ai piedi calzati da sandali peruviani comperati alla Festa dell Unità, odoravano di patchouli e gelsomino e la loro dieta a discapito della linea, privilegiava  grassi animali (costicine salsicce sempre della Festa dell Unità )e vino rosso.

Ma quando hai diciotto anni l’odore di sesso lo senti anche nel pane fresco, tra Emilio e compagni, scaturivano sordide lotte a colpi di favori e lodi alle doti canore delle sorelle che , ci mancherebbe altro, facevano parte  del canzoniere popolare; ancora gli pareva di sentire le loro voci stridule: “Compagniiii dai campiii e dalle officineee..”

E all’ improvviso dal sarcofago in cui sedimentavano, ricoperte da uno spesso strato di anni, occasioni perdute, delusioni, sbucò prima il braccio scheletrico poi scrollandosi di dosso la terra, il teschio con qualche brandello di carne della FIGURA DI MERDA IMPERIALE della sua vita. Si stupì di quanto poco ci fosse voluto a riesumarla

Si chiamava Donatella ed era la sorella di tre compagni, amici sempre presenti alle manifestazioni, fantasiosi inventori di slogan, velocissimi nelle fughe dalla celere.

Aveva la sua età ed ogni volta che si incontravano lei sorrideva, notti in bianco a pensarla, giorni interi a trovare il coraggio per telefonarle si informa dai fratelli di come stava, poi il giorno magico.

Tutti i componenti del CAA (Comitato Antifascista Antimperialista ) il venticinque aprile, andavano insieme a vecchi partigiani, autorità, operai, sindacalisti e simpatizzanti a festeggiare sul Cansiglio; un orgia di costicine e vino.

Durante il corteo verso il monumento partigiano si fece coraggio, si avvicinò a Donatella e la prese per mano lei non protestò, non si ritrasse dalla mano bollente di Emilio che non riusciva a credere a quel miracolo. In quel momento senti la forza di mille combattenti per la libertà, avrebbe potuto liberare i popoli oppressi da solo!

Tutto il giorno parlarono, cantarono e risero, complici i bottiglioni di vino che parevano inesauribili e da quel giorno cominciò a frequentarla, si trovavano per un gelato o a casa sua con l’imbarazzante presenza dei genitori o dei fratelli; lei lo ascoltava, sorrideva, gli parlava e basta.

Passò un mese a pensare argomenti nuovi con cui incantarla, lavarsi profumarsi e sorbirsi i biscotti all’ arancio che lui detestava, a mantenersi puro perchè a masturbarsi pensandola e non pensava che a lei, gli sembrava di sporcare quella cosa bella, a sentire ovunque il suo profumo e la sua risata. Un giorno anzi una sera di maggio quando tutta la primavera è gonfia e presto partorirà l’estate, in quella sera magica di profumo di natura e vento fresco, rosso come il tramonto, cercando di dominare il tremito della voce, le dichiarò il suo amore, il disperato desiderio di averla sempre vicino e con il cuore che tambureggiava come il percussionista degli  Inti Illimani aspettò. Lei lo guardò con quegli occhi quegli occhi neri enormi, bellissimi e lui ci annegava in quel lago di petrolio:

“Ma sei fuori? Figurati se mi metto con uno come te!”

UN fischio acuto e il crepitio di scariche elettrostatiche, lo riportò alla realtà: era il Corradini, che messo in funzione il megafono, arringava i clienti del supermercato